Lecco, 24 maggio 2021 – Condannato questa mattina alla pena di un anno e sei mesi, il 58enne di Lecco che nel 2017 aveva realizzato e venduto su internet un catalogo con 1200 profili Facebook di donne single della nostra provincia. Il tribunale lo ha ritenuto responsabile dei reati di diffamazione e trattamento illecito di dati personali. Il pm aveva chieso un anno di condanna.

LA CGIL
Esprimiamo soddisfazione per la condanna all’autore del “Catalogo delle donne single di Lecco” perché va nella direzione di modificare una cultura che, purtroppo, è ancora imperante. Questa becera iniziativa è figlia di questa cultura, che vede ancora il corpo delle donne al centro di una possibile mercificazione. Auspichiamo quindi che questa sentenza sia di aiuto nel fare un cambio di passo culturale nei confronti delle donne che, ribadiamo, in questa fase stanno vivendo una situazione particolare e complessa. I numeri dati dalla Prefettura di Lecco e dall’Istat sull’utilizzo del 1522 e sulle denunce del centro antiviolenza ci mostrano una crescita significativa delle violenze domestiche subite dalle donne.

Questa è una fase in cui le donne stanno pagando il prezzo più pesante della crisi legata al Covid. Sono infatti le categorie più colpite dalla pandemia, sia perché ricoprono posizioni di lavoro essenziali dal punto di vista della mansione, ma allo stesso tempo molto fragili contrattualmente ed economicamente, sia perché nella rimodulazione del calo dei posti di lavoro il prezzo più caro l’hanno pagato le donne. La disoccupazione femminile a Lecco è raddoppiata nel giro di due anni e così le donne sono ancor meno autonome e più dipendenti dal proprio compagno o dal padre. Una sentenza come quella di oggi aiuta il cambio di passo e a ripristinare le donne come il 50% della popolazione e non come una minoranza.

Inoltre la sentenza è importante non solo per la garanzia della privacy di chiunque, ma anche per la condanna all’aberrante utilizzo dei dati personali. Un utilizzo figlio della cultura maschilista patriarcale che vede la donna come oggetto riproduttivo e non come persona pensante. Le donne coinvolte hanno avuto un risarcimento riguardo all’utilizzo dei dati personali, ma nulla potrà risarcire la dignità lesa da un surreale catalogo che le classifica in base alle scelte personali. Deve essere quindi la società a dover animare un dibattito sugli eventi accaduti, risarcendole anche della dignità che è stata tolta in questi mesi.