Lecco il 23 ottobre 2020 – Tra minacce di lock-down e dati che salgono vertiginosamente, se le preoccupazioni della gente sono quelle di osservare le misure di sicurezza e continuare a fare il proprio lavoro, per medici e infermieri, ma anche personale che gravita in ospedale (Oss, Asa, amministrativi, addetti alle manutenzioni e via dicendo), pesa un altro fardello: quello di avere tutto sulle spalle. La salute del Paese.

Greta De Paoli, psicologa e autrice del programma “Serotonina FM”

Non vogliono essere chiamati eroi, soprattutto i medici e gli infermieri, ma come definire persone che per uno stipendio come un altro sono a contatto quotidiano con la malattia, il dolore e, nei casi peggiori, la morte? Lo sono sempre stati, in verità, ma una pandemia è un’altra cosa. Greta De Paoli, psicologa con studio in Pescate, autrice del programma Serotonina FM, non ha dubbi: «Già durante la prima ondata ci sono stati diversi casi di burn out, sia nel personale ospedaliero che in tutti gli altri operatori sanitari coivolti nelle altre strutture (per esempio le Rsa, le residenze per anziani, n.d.r.). Molti operatori hanno sviluppato sintomi ansioso-depressivi e sintomi da stress post traumatico, tanto che le stesse aziende territoriali della salute hanno attivato sportelli di supporto psicologico specifici, cosi come altre associazioni di psicologi riconosciute a livello nazionale si sono attivate per fare la loro parte».

Ma quali sono le vere cause dello sviluppo di questa condizione di stress elevato? «Il carico di lavoro elevatissimo, la necessità di lottare contro un virus di cui inizialmente si sapeva molto poco, turni estenuanti, il contatto quotidiano con la morte, la percezione di un senso di impotenza, la gestione delle telefonate con i parenti dei pazienti ricoverati. A tutto ciò si è aggiunta la paura di venire a propria volta contagiati e, soprattutto, la paura di contagiare i propri cari, cosa che ha portato spesso all’auto isolamento, alla solitudine e alla difficoltà di decompressione».

Soprattutto, c’è quel senso di impotenza che proviene dal fatto di rivedere un “film già visto”. Un qualcosa che sembrava messo alle spalle. Un incubo dal quale non ci si riesce mai a svegliare: «La nuova ondata –  spiega De Paoli – riattiva nel personale sanitario il ricordo dell’esperienza traumatica vissuta nei mesi scorsi, riaccende ansia, preoccupazione e paura. Ho avuto modo di ascoltare diversi operatori sanitari che a distanza di mesi mi hanno raccontato, con voce rotta e occhi ancora lucidi, di aver vissuto momenti di estrema fatica, con pianti e incubi notturni e che anche in corsia non sono mancati momenti di cedimento».

Il rischio di un nuovo burn-out è concreto? «Sì – ammette con realismo la psicologa -. Proprio perché il ricordo dell’esperienza passata è ancora molto vivido. È necessario elaborare questa esperienza. Il consiglio che rivolgo agli operatori sanitari è di trovare uno spazio di decompressione quotidiano, ma anche uno spazio di ascolto dove poter condividere e rielaborare quanto accaduto e quando accora sta accadendo. E, qualora ci si rendesse conto che il carico è troppo pesante, cercare supporto psicologico da professionisti».

Il Dipartimento delle Fragilità interno al Manzoni, diretto dal professor Lora, ha una task force che interviene proprio a questo livello. Ma davanti a momenti simili, il supporto a chi lavora in ospedale non è mai abbastanza…