Virginio Brivio, sindaco di Lecco, interviene sul tema della fase 2, del lavoro e della salute.

Come non partire dalla nostra Costituzione, dal suo articolo 1 in particolare, per accostarci al 1° maggio, che resta una festa simbolica, anche se la sua collaudata e tradizionale declinazione popolare è messa in un angolo dalla pandemia?

Il lavoro, cuore e motore della società, è certamente il fattore più fragile di questa difficilissima stagione. Al di là del territorio della salute, che resta nella gerarchia delle emergenze al primo posto, non c’è dubbio che lo scenario prossimo venturo sia a dir poco allarmante. E ci troviamo davanti a una sfida nella quale non sono in gioco i diritti sacrosanti dei lavoratori, bensì il loro reddito.

Trovo oziosa la contrapposizione tra libertà e salute, perché davanti a questa tragedia inaspettata occorre, specie in chi ha responsabilità pubbliche, trovare una contemperanza tra diversi valori, senza stabilire primati che poi provocano gli schieramenti e le fazioni. Ma di quale libertà e di che salute parliamo se viene messa in discussione la sopravvivenza? Quando leggo, sento e verifico previsioni sulle possibili chiusure di imprese di varia grandezza, di attività dei vari segmenti, ed escono numeri a molti zeri su chi rimarrà senza lavoro, vi assicuro che provo un’angoscia pari alla tristezza che accompagna i lutti.

Quante volte, celebrando il 1° maggio, abbiamo parlato di dignità del posto di lavoro? E ora ci troviamo a fare i conti con una situazione che non dipende, per una volta, da scelte politiche sbagliate, da improvvide strategie o furberie economiche, o peggio finanziarie, bensì in balia di un avversario che noi possiamo arginare, ma che la scienza deve sconfiggere. L’analisi si fa ancora più acuta e sofferta proprio mentre ci stiamo attrezzando per una graduale ripresa, primo timido passo di una ripartenza di una città, che sul lavoro e sulla laboriosità ha costituito la sua storia e garantito un diffuso benessere tra le generazioni.

Anche qui, quando si parla di ricostruzione o di rinascita, dobbiamo tener conto che il primo obiettivo è quello di evitare il deserto, la tabula rasa, la resa, altrimenti anche la semina più lunga e lungimirante diventa arida e infeconda. Quando si dice che dobbiamo abituarci a convivere con il virus ciascuno di noi tende a circoscrivere il monito alla sfera individuale, ai comportamenti del singolo, mentre a ogni livello, ogni piano e azione devono muoversi in una dimensione collettiva e comunitaria.

Non ci sono, e tantomeno ho io, le ricette per affrontare la questione del lavoro nelle sue molteplici implicazioni, ma so che devo mettere a disposizione della città il mio ruolo, le mie competenze, il mio impegno perché anche i compiti che toccano ad altri trovino una strada senza ostacoli di natura burocratica, procedurale, dove il cavillo e la rigidità diventino una sorta di cavallo di frisia che nessuno si può permettere.

Se dico “viva il 1° maggio” rischio una sorta di contraddizione in termini, come dicono i filosofi e allora proverò a chiudere questa riflessione con due parole: se non può esserci il 1° maggio 2020 un urlo di gioia, non diventi almeno un grido di dolore!