Lecco, l’1 febbraio 2020 – Oramai basta avere un compagno di scuola, o un amichetto cinese, perché i genitori (ed è comprensibile anche se non giustificabile), e il pediatra di base (questo molto meno comprensibile), alla comparsa di febbre nella figlioletta si rivolgano al Pronto Soccorso temendo un contagio da Coronavirus. Sono i risultati del panico che ha generato questa malattia ma che, almeno in Italia e in Lombardia, non è giustificato da alcun segnale concreto.

IL CASO RACCONTATO DALLA DIREZIONE SANITARIA

L’Asst di Lecco ricostruisce così la vicenda: “Ieri sera presso l’Ospedale Mandic di Merate è stata visitata una bambina italiana affetta da febbre ma in buone condizioni cliniche. Era stata in contatto nei giorni precedenti con una bambina cinese asintomatica, da poco rientrata dalla Cina. Questa circostanza ha creato inizialmente un po’ di allarme, subito rientrato dopo che una attenta anamnesi ha permesso di ricostruire correttamente la storia. Alcune considerazioni su quanto accaduto: la bambina fin da subito non rientrava nelle categorie previste dalla definizione di caso del Ministero della Salute che – è importante ribadirlo – prevedono la valutazione di persone con una storia di recente viaggio in Cina (negli ultimi 14 giorni) e che presentino una sintomatologia febbrile accompagnata da interessamento delle vie aeree. Nel caso in questione la bambina non aveva le caratteristiche suddette ed è stata quindi dimessa. Secondo aspetto di rilievo: i medici di medicina generale e i pediatri di famiglia dovrebbero attenersi strettamente ai protocolli regionali e non inviare casi sospetti in PS ma contattare direttamente i centri di malattie infettive identificati dalla Regione. Un’ultima considerazione: l’allarme diffuso in questi giorni non deve creare una irragionevole diffidenza verso le persone di nazionalità cinese”.

LA CONCLUSIONE CHE DEVE FAR RIFLETTERE

Allarmarsi solo per essere venuti a contatto con una persona di etnia asiatica o di nazionalità cinese, oltre che irrazionale è discriminatorio. Se la persona cinese o asiatica, non è stata molto di recente (se c’è stata più di 14 giorni fa e non ha sintomi febbrili vuol dire che non è malata), in Cina, nelle zone del contagio, non rappresenta un pericolo per la nostra o altrui salute. Come è sciocco non mangiare cinese, visto che il virus muore facilmente fuori dal corpo umano e se poi viene sottoposto a cottura non c’è il minimo rischio. C’è persino chi rifiuta prodotti cinesi per il timore possano contenere il virus. Non è possibile, sia perché non è facile andare a contatto con prodotti che abbiano meno di qualche giorno di “storia” (in poche ore, in condizioni particolari al massimo pochissimi giorni, il virus fuori dal corpo umano muore), sia perché non si è mai registrato un caso di contagio “da contatto” con oggetti eventualmente “infetti”. Insomma. La pandemia, ancor più che di “cinese” è di ignoranza e inutile e dannoso allarmismo. Grave, come sembra far intendere l’Asst nel suo comunicato, che a mandare al Pronto Soccorso la bambina (al di là che avrebbe dovuto mandarla al reparto Malattie Infettive del Manzoni), sia stato un Pediatra che dovrebbe ben sapere che il contatto tra due bambini, uno cinese e uno italiano, di per sè non significa nulla. Ma evidentemente la paura fa novanta anche a livello medico, se la versione dell’Asst facesse davvero riferimento al caso del Mandic e non sia un “remind” generale e generico.

Marcello Villani