Lecco, 5 gennaio. “La musica come ponte, la musica come strumento di solidarietà, la musica come via per ridare dignità” – scrivevamo l’altro giorno presentando l’evento tenutosi ieri sera alle 20.30 all’interno della chiesa del rione lecchese di Bonacina.

Arca Voice – il coro dei ragazzi migranti del CAS, il centro di accoglienza straordinaria, del Ferrohotel della stazione di Lecco – è un coro composto da 9 ragazzi di cui 7 provengono dalla Nigeria e due rispettivamente dalla Costa d’Avorio e dal Senegal, ragazzi migranti che aspettano di conoscere l’esito della richiesta di asilo, che provengono da storie spesso drammatiche e sono alle prese con l’apprendimento di una lingua nuova, e non certo facile, come l’italiano, eppure cantano.

arca voice 1

Il perché di questo canto, l’ha spiegato in apertura di serata Don Marco Tenderini, dicendo che “ le note della musica di Arca Voice sono note di condivisione: note che servono a gettare ponti e non alzare muri”.
La serata e il concerto avevano uno scopo benefico: quello di sostenere il rifugio notturno della Caritas di Lecco, raccogliendo all’ingresso, anziché far pagare un biglietto, prodotti per l’igiene personale degli ultimi della città e dei senzatetto. La chiesa, gremita di persone già ben prima dell’inizio del concerto, ha risposto in modo positivo alla richiesta di Caritas e del Coro, riempiendo scatoloni interi con shampo, doccia schiuma, schiuma da barba, dentifrici e spazzolini.

Arca voice 2

Questo coro – che esiste da due anni nel CAS del Ferrohotel – propone canti corali i quali assorbono le influenze della provenienza dei coristi: se dovessimo trovar loro un genere potremmo dire che il coro Arca Voice fa musica multietnica e multi-religiosa.

Simbolo. All’esterno della chiesa della Bonacina è presente un presepe con un’imbarcazione – una di quelle che non trovano più accoglienza nei porti italiani – che raffigura in modo semplice ma evocativo – soprattutto perché collocata in una raffigurazione sacra per la tradizione cristiana -, la condizione dei migranti giunti da noi. All’interno della chiesa, era anche presente una famiglia giunta in Italia attraverso i corridoi umanitari che oggi ha ottenuto lo stato di rifugiato: sono papa mamma e 3 figli che ora vivono ad Olate.

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Kum bay ya. Kum bay ya, my Lord, che significa Vieni qui, mio Signore. Il canto è stato intonato, dedicandolo, ad un loro amico che non ce l’ha fatta, e continua dicendo: “Qualcuno sta ridendo, mio Signore, vieni qui… Qualcuno sta piangendo, mio Signore, vieni qui… Qualcuno sta pregando, mio Signore, vieni qui… Qualcuno sta cantando, mio Signore, vieni qui…”.

In chiusura di serata, Don Marco Tenderini ha citato S. Agostino che ha scritto “Chi canta, prega due volte”, e ha aggiunto che “Cantando e ballando se ne prega tre di volte!”.

La musica del coro Arca Voice si è fatta quindi ponte, mezzo di contatto, strumento di solidarietà. La musica dei ragazzi di Arca Voice, ieri sera, è stata una via per ridare dignità, non solo ai cantanti ma all’intera comunità.

vignetta immigrazione