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GEOLOGO SENZA CONFINI: FABIO BAIO PARLA DI ANTARTIDE AL CAI LECCO

Lecco, 27 novembre. Fabio Baio, ricercatore originario di Caprino Bergamasco ha trovato la sua “seconda casa” nella base dei ricercatori in Antartide e ne parlerà stasera alle 20.45 alla sede lecchese del CAI in Via Papa Giovanni XXII.

Temperature che spesso superano di molto i quaranta gradi sotto zero, distese sconfinate di ghiacci, condizioni climatiche generali praticamente proibitive per l’uomo, se si esclude lo sparuto gruppo di ricercatori che si alternano per studiare, fra le altre cose, le forme di vita possibili in un ambiente fra i più inospitali del pianeta: l’Antartide. Eppure per Fabio Baio, geologo originario di Caprino Bergamasco ma con studio a Villa d’Adda, il Polo Sud è diventato, negli ultimi anni, praticamente la “seconda casa”. Questo perché ciò che si può comprendere vivendo e sperimentando in quelle situazioni estreme schiude prospettive interessanti non solo per le cosiddette “scienze della terra” ma pure per l’astrobiologia e quindi per gli studi relativi ai pianeti fino ad ora ritenuti “privi di forme di vita”.
fabio baio
“Non è vero che nelle aree interne del Polo Sud -dice Baio parlando della sua spedizione del 2016 – ci sono solo alcune comunità di pinguini, mentre muschi, licheni e alghe sono sulle rive del mare. In verità, e su questo si stanno concentrando molte delle sperimentazioni in atto, condotte soprattutto da un team di ricercatori dell’Università della Tuscia di Viterbo, nelle aree interne si trovano i licheni criptoendolitici”. Semplificando molto, Baio spiega: “Si tratta di licheni che, per sopravvivere, si infilano nelle porosità della roccia, andandosi a rintanare in cavità di colore chiaro, così da consentire un minimo passaggio della luce per la funzione di fotosintesi, insinuandosi fino a 1-2 centimetri al di sotto della superficie”.

Quali sono però le implicazioni astrobiologiche di queste ricerche? Ancora tutte da esplorare, ovviamente, anche se, si sbilancia Baio, “l’evidenza della tenacità dei licheni ha spinto i ricercatori a “spedire” i criptoendolitici nello spazio, dove sono stati posti per circa 18 mesi all’esterno della stazione orbitante dell’agenzia spaziale europea, senza nessuna protezione. È incredibile ma sono sopravvissuti a tutte le radiazioni ionizzanti e cosmiche: è un nuovo orizzonte che si spalanca davanti a noi”.

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