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L’ESTINZIONE DEGLI SPRAR, UN MODELLO CHE A LECCO FUNZIONA(VA)

Lecco, 20 novembre. Cosa sono gli Sprar? Come funzionano? A Lecco e Provincia quante realtà ci sono, dove sono e come operano sul territorio?

La rete Sprar (acronimo di sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) è l’unica che ha permesso l’integrazione e scoraggiato il “business dell’immigrazione”. Questa trama di accoglienza diffusa su base comunale, e considerata l’unico tipo di accoglienza veramente funzionante, mette al riparo tante persone dal business di mafie e cooperative senza scrupoli.
Nonostante l’efficacia, il recente decreto sicurezza messo in campo dal governo vuole farne a meno.

Nel concreto, proviamo a capire che cosa siano gli Sprar e come funzionino: gli Sprar sono istituti di seconda accoglienza attivati dalla rete degli enti locali in collaborazione con le realtà del terzo settore. Essi possono accedere al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo, a differenza dei sistemi di prima accoglienza come Cas (centri di accoglienza straordinaria) e Cara (centri accoglienza richiedenti asilo) che sono a gestione privata, ma realizzati con soldi pubblici. Oggi gli Sprar ospitano in tutta Italia 23mila rifugiati e richiedenti asilo, sparsi in 400 comuni su tutto il territorio nazionale, da nord a sud. Nonostante la natura ‘sostenibile’ socialmente, fatta di numeri contenuti di profughi e modelli di integrazione rodati, gli Sprar sono i centri d’accoglienza meno utilizzati. I numeri a livello nazionale sono: capienza Sprar 35869 posti (di cui 3488 per minori non accompagnati), secondo il rapporto Idos, nel 2016 gi Sprar hanno permesso l’autonomia economica al 41% dei richiedenti asilo presenti sul suolo italiano, ovvero il 6% in più rispetto al 2013.

volontariato migranti

Migranti che con “Lezioni al campo” puliscono lo stadio Rigamonti-Ceppi

Negli Sprar le cronache che denunciano condizioni di vita inaccettabili non sono arrivate, perché i rifugiati tendono ad essere soltanto tre ogni mille abitanti, rendendo la situazione per gli ospiti dignitosa e la loro gestione semplice per i comuni.
Ma come viene gestita sul territorio l’accoglienza diffusa dei centri Sprar?
Gli immigrati vengono accolti in appartamenti sfitti. Grazie a questo sistema le persone accolte sono seguite con un rapporto di circa uno a otto da un educatore o un formatore del comune interessato o molto più spesso di una cooperativa del territorio, e hanno la possibilità di imparare l’italiano, svolgere attività utili alla comunità, oltre a frequentare tirocini e stage per l’inserimento lavorativo. Gli Sprar sono riconosciuti come esempio positivo in tutta Europa.
Grazie ai migranti, si sono potuti ripopolare piccoli comuni tanto al sud quando al nord Italia, ma anche evitare l’estinzione di vecchi mestieri della tradizione che la popolazione giovane non vuole più svolgere. Ad Asti, ad esempio, gli ospiti dello Sprar di Villa Quaglina si sono dedicati alla semina e al confezionamento del mais piemontese tramite agricoltura biologica. O com’è accaduto qui a Lecco, che vari ragazzi di tutte nazioni contattassero, attraverso i loro educatori, l’associazione ‘Lezioni al Campo’, che già tiene lezioni ai ragazzi stranieri, per svolgere, in accordo con le cooperative di accoglienza, la comunità montana e il Comune di Lecco, lavori socialmente utili. Tra questi, durante la passata estate, ricordiamo la sistemazione dello stadio Rigamonti-Ceppi di Lecco e la verniciatura delle recinzioni del riaprente parco Belgiojoso.

Con gli Sprar i migranti hanno l’occasione di imparare un lavoro e l’opportunità di approfondire la storia e la cultura della città o del paese che li ospita, come gli ospiti dello Sprar di Marsala, che hanno lavorato fianco a fianco con archeologi, ricercatori e studenti negli scavi nell’isola di Mozia.
Ora col decreto sicurezza i richiedenti asilo potranno essere accolti solo nei Cas e nei Cara, e non più negli Sprar, a cui avranno diritto soltanto i titolari di protezione internazionale e i minori non accompagnati. Una parte troppo esigua potrà quindi accedere al servizio di accoglienza che, dati e testimonianze alla mano, funziona meglio.

Questa situazione, purtroppo, potrebbe essere un’”occasione” per la criminalità organizzata: i Cas che ospitano circa il 75% dei migranti totali, un dato incredibile se si pensa che in origine dovevano solo essere dei centri provvisori per arginare l’emergenza. Qui gli immigrati possono restare per sei mesi, e anche in questo caso se la domanda per il riconoscimento dello stato di rifugiato viene rifiutata, devono lasciare il centro diventando di fatto clandestini. E quindi facile preda per i ‘sistemi rodati’ di sfruttamento gestiti dalla malavita. La loro sorte, spesso, è così segnata: sfruttati per i lavori nei campi dal caporalato o impiegati nella malavita come spacciatori o prostitute.

A Lecco il modello Sprar hanno aderito in modo diffuso e uniforme, unendo: il Comune, le Comunità Montane di Valsassina, Val Varrone, Val d’Esino e Riviera. A gestione e a copertura di questo territorio, le cooperative sociali “La Grande Casa” e “L’Arcobaleno”, in qualità di enti gestori, mettono a disposizione 18 posti per l’accoglienza e l’accompagnamento all’integrazione di richiedenti asilo e rifugiati politici.
Questo progetto denominato “Lecco: una provincia accogliente” si sviluppa su tutto il territorio provinciale con il supporto di tutti i comuni della provincia, dell’amministrazione provinciale e della Prefettura di Lecco.
Sorge allora spontanea una domanda: perché chiudere gli Sprar? A livello politico, gli Sprar fanno capo ai comuni e quindi alla rete dell’Anci, non rispondono al ministero dell’Interno. I Cas invece sono coordinati dalle prefetture e quindi dal dicastero con sede al palazzo del Viminale. La risposta, razionale e sociale, pare quindi non ci sia.

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