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IL NUOVO ’68? SE N’È DISCUSSO IN SALA TICOZZI

Lecco, 4 ottobre. Il dibattito è stato promosso dai centri culturali cattolici con l’obiettivo di riflettere sull’Italia di oggi invecchiata, anche anagraficamente.
Nel ’68 i messaggi di speranza venivano lanciati dai giovani verso il futuro: l’apertura e la vicinanza umana profonda erano i valori e gli elementi che si pensava fossero destinati a durare.

Non è stato così, ma da cosa si può ripartire adesso?

L’incontro di ieri sera dal titolo “Sessantotto. Fu vera gloria?”, promosso da associazioni e centri culturali cattolici lecchesi, e che ha visto circa 200 partecipanti, ha provato a dare alcune risposte: “Probabilmente – ha suggerito lo storico Agostino Giovagnoli, cercando una soluzione al quesito – da Papa Francesco un Papa che non ha paura, che non si protegge con gli scudi dell’istituzione, della Chiesa e ai credenti, ma non solo a loro, ma invita a seguire quelle regole universali del Vangelo”.

A discutere del ’68 cinquant’anni dopo, oltre al professor Giovagnoli, c’erano Alfredo Marelli, allora impegnato nelle Acli e nella Cisl, e il professor Giancarlo Cesana, medico e docente universitario. Marelli ha proposto uno sguardo nuovo sul Sessantotto lecchese, raccontando quegli anni da attivista delle Acli e del sindacato, impegnato sul rinnovo dei contratti. “Il ’69 fu la dura stagione dell’Autunno caldo, ma anche sulla conquista e la difesa dei diritti dei lavoratori dentro e fuori le fabbriche. Un impegno cresciuto sulla scorta del Concilio Vaticano II, delle grandi encicliche di quegli anni, ma anche in un serrato dibattito con le gerarchie della Chiesa fino all’approdo della “scelta socialista” e del riconoscimento dell’autonomia dell’associazione da parte della Conferenza episcopale italiana”.
Cesana ha sottolineato la necessità di trovare oggi, in una società dove il mal di vivere e la ricerca di un senso alle azioni di tutti i giorni fatica a trovare risposte soddisfacenti, un punto da cui cominciare. “La risposta è la stessa ieri come oggi: il problema della vita non è il desiderio, ma lo scopo. Allora eravamo pieni di desiderio, ma confusi perché senza uno scopo. E ieri come oggi occorre avere un senso realistico della vita, uno scopo profondo per cui val la pena vivere ed operare”.
Per Giovagnoli il ’68 è stato comunque espressione di una novità, perché i giovani di allora avevano percepito che il mondo dei genitori si stava svuotando di valori veri. Il mondo sta cambiando, cantava Bob Dylan, e quella generazione voleva dargli un fondamento nuovo. “Come ripartire? Per noi cristiani, seguendo il coraggio di Papa Francesco. Capace, per fare un esempio di questi giorni, di passi epocali come l’accordo per la stabilizzazione e la regolarizzazione della Chiesa cinese. Il futuro probabilmente sta lì, anche il nostro futuro”.

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